La società di massa è caratterizzata da modelli di comportamento generalizzati per la maggioranza della popolazione; da una produzione, distribuzione e consumo dei beni e dei servizi su vasta scala; da una partecipazione alla vita politica e culturale secondo standard ampiamente diffusi e favoriti dai mezzi di comunicazione di massa (mass-media).
Della massa è difficile fornire una definizione sociologica univoca poiché esiste un’interpretazione positiva della massa, secondo la quale essa può diventare il luogo di una coscienza collettiva (ad es. il proletariato come «massa» dei lavoratori in lotta) ed una negativa che vede in essa un insieme di soggetti incoscienti o manipolati ( ad es. la massa sottomessa ai regimi totalitari o quella condizionata dai mass-media).
E’ più utile cogliere l’elemento comune sotteso a queste due opposte valutazioni così come l’ha individuato lo studioso francese G. Le Bon nell’opera Psychologie des foules: «migliaia di individui separati possono, ad un momento dato e sotto l’influsso di certe emozioni violente, come ad esempio un grande avvenimento nazionale, acquistare le caratteristiche di una folla psicologica (massa)» (cit. in AA.VV., Dizionario di politica, p.1188)
La massa, come soggetto di azioni sociali o come oggetto di manipolazione, sembra comunque giunta sul palcoscenico della storia, tanto che — spontaneo o meno — ogni tipo di governo vive ormai grazie al consenso di quell’anonimo protagonista che ha assunto il nome di opinione pubblica.
La cosiddetta «società di massa» è stata generata da alcuni fattori storici, quali la crescita dell’apparato industriale e l’elevata urbanizzazione, connessi alla seconda industrializzazione. Gli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso hanno visto il maturarsi di tale processo e l’assunzione da parte delle masse di un ruolo privilegiato nella struttura sociale attraverso l’esplosione del «ceto medio».
Maggiore è anche la partecipazione alla vita politica, con la nascita dei partiti di massa, e il condizionamento culturale che spesso si manifesta come influsso delle «mode» sui comportamenti dei singoli e dei gruppi.
All’interno di questo quadro omogeneo, che vale per ogni tipo di regime assunto dai Paesi in questione, occorre però distinguere le realtà che scelsero la democrazia da quelle in cui lo Stato operò un rigido controllo nei confronti della società civile. In entrambi lo Stato ebbe bisogno del consenso dei cittadini per operare efficacemente e si impegnò per organizzarlo con strumenti di comunicazione e propaganda che non differiscono sostanzialmente. Nelle democrazie però i mass media hanno spesso svolto anche un ruolo di comunicazione delle esigenze della base nei confronti dei vertici di governo, cosa esclusa nei regimi totalitari che vedono i mezzi di comunicazione totalmente al servizio del potere statale.
Per quanto riguarda i totalitarismi occorre anzitutto individuare quale sia il senso del termine e, per questo scopo, riteniamo opportuno ricordare le teorie di Hannah Arendt che scrisse, nel 1951, un’opera dal titolo Le origini del Totalitarismo aprendo un fertile dibattito sul tema.
La comunità degli studiosi ha ormai acquisito alcuni punti qualificanti del fenomeno totalitario il quale richiede per essere tale: una ideologia onnicomprensiva e finalizzante l’individuo ad un ordine superiore (organicismo sociale); l’uso del partito unico di massa guidato da un leader carismatico coadiuvato da una cerchia di collaboratori fidatissimi; l’instaurazione di un sistema di terrore fisico e psichico ottenuto attraverso la polizia segreta e l’invito alla reciproca delazione; il monopolio dei mezzi di comunicazione di massa (senza dei quali il totalitarismo stesso, come osservavamo, risulterebbe privo di uno degli elementi qualificanti); il controllo di tutti gli strumenti di lotta armata; il tentativo di controllare totalmente l’economia.
Lo stato totalitario è dunque una forma di dominio radicalmente nuova sia rispetto allo stato liberale sia rispetto alle tradizionali forme di dittatura: esso raggiunge il controllo totale dell’intera organizzazione sociale al servizio di un movimento ideologicamente caratterizzato. Perché ciò sia possibile, occorre un’ampia partecipazione delle masse alla vita pubblica e un sistema tecnologico di comunicazione almeno relativamente avanzato.
Tutti i partiti che, nell’Europa del XX secolo, portarono alla costruzione di regimi totalitari utilizzarono, accanto alla sistematica distruzione delle opposizioni, il potente strumento della propaganda: la radio, il cinematografo e la stampa furono utilizzati per creare in breve tempo simpatie ed odi facendo leva proprio sull’emotività di quella folla psicologica di cui parlava G. Le Bon. Manifestazioni coreografiche, prima nel fascismo e poi nel nazismo e nello stalinismo, furono
utilizzate con gran dispendio di simboli, bandiere ed uniformi, per far sentire alla massa di essere soggetto e oggetto dello spettacolo.
Il sentimento dell’appartenenza al gruppo, nello splendore delle divise e nel clamore dei canti, doveva riempire il grigiore di una realtà politica e sociale assolutamente non corrispondente abitata da persecuzioni, guerre, discriminazioni culturali e religiose.
In base a queste categorie è possibile racchiudere fenomeni certamente differenti (quali fascismo, nazismo e stalinismo) in un’unica tipologia e, nello stesso tempo, distinguerli l’uno dall’altro per la misura con la quale ognuno di essi ha applicato gli stessi elementi.
La democrazia di massa, infine, non si differenzia dai totalitarismi in quanto in essa la partecipazione dei cittadini è maggiore bensì solo nella misura in cui è realmente determinata dalla libera adesione dei singoli e dei gruppi a quei valori che solo la società può creare e lo Stato riconoscere e garantire.