America: la tratta degli schiavi PDF Stampa E-mail
Scritto da Sciotto   
Venerdì 21 Agosto 2009 09:06

Il secolo dei lumi, quello che vide la sua conclusione con la Rivoluzione francese e con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, il Settecento di Voltaire e dell’Enciclopedia fu anche il secolo in cui il commercio di centinaia di migliaia di uomini ridotti in schiavitù, provenienti dalle coste dell’Africa occidentale e diretti verso quelle americane, toccò il suo culmine. Proprio dagli inizi del XVIII secolo infatti, fino all’abolizione del traffico legale nella prima decade dell’800, si estende il grande periodo della tratta che vedrà circa 6.051.000 uomini, donne e bambini africani sbarcare nelle Americhe, dei quali 578.000 nelle colonie spagnole, 1.749.300 in quelle inglesi del nord America e delle Antille (Giamaica, Isole Sottovento, Barbados, Trinità, Grenada), 1.348.400 nelle le colonie francesi (Santo Domingo, Martinica, Guadalupa, Guyana, Louisiana), 460.000 in quelle olandesi, 24.000 nelle Antille danesi, 1.891.400 nel Brasile portoghese; la media annua fu di 55.000 uomini, con punte di 65.000 fra il 1751 e il 1800.


Gli inizi

La storia di questo esodo forzato era iniziata, tuttavia, ben due secoli prima e aveva avuto come artefici e protagonisti gli spagnoli e i portoghesi prima, olandesi, francesi e inglesi poi.

L’esportazione di schiavi nelle Americhe ebbe inizio, almeno in forme attenuate, con i primi viaggi attraverso l’Atlantico pochi anni dopo la scoperta di Colombo; ma da principio non si trattò di un commercio esclusivamente africano.

Emergeva impellente la necessità di braccia e queste si potevano trovare anche in Europa. Ma la domanda di manodopera per le attività agricole e per le miniere d’oro e d’argento delle Indie occidentali aumentava con un ritmo sempre crescente. I conquistatori spagnoli cominciarono con il ridurre in schiavitù le popolazioni indigene, gli indios; ma questi non riuscirono ad abituarsi al lavoro duro e regolare delle miniere e in gran parte morirono per la debolezza, per le condizioni in cui erano costretti a vivere e a causa di malattie epidemiche trasmesse dagli europei, in particolare il vaiolo. Ci si rivolse allora di nuovo all’Europa e si cercò di far fronte alle richieste con la deportazione di "schiavi bianchi": ex galeotti, condannati ai lavori forzati o più semplicemente di uomini disperati che, per sfuggire alla povertà, si lasciavano vincolare a lunghi contratti che li rendevano quasi schiavi. Quando anche questa fonte si rivelò insufficiente, i conquistatori si rivolsero all’Africa e qui trovarono la soluzione al loro problema.

Il commercio di prigionieri neri acquistò vera importanza a partire dal 1510, e dal 1518 in poi divenne sempre più un’istituzione, una parte integrante dell’economia spagnola, un aspetto essenziale dell’impresa ispano-americana.

Il diritto a far rifornimento di schiavi, e quindi di commerciarli, restava proprietà del sovrano che però non prendeva personalmente parte al commercio, ma lo dava in appalto a mercanti o a marinai ricchi. Questo metodo di affidare in appalto il diritto di comprare o catturare schiavi in Africa e venderli poi nelle Americhe costituiva l’asiento, cioè un contratto tra il re e un contraente (un privato o una compagnia) che comportava il rispetto di precise condizioni di tempo di consegna e di prezzo. Il primo asiento è stato accordato alla Reale Compagnia di Guinea il 27 agosto 1701 e obbligava la compagnia francese «ad introdurre nelle dette Indie Occidentali dell’America nello spazio di 10 anni, a partire dal 1702, quarantotto mila negri "pezze d’India", dei due sessi e di tutte le età»; si stabiliva inoltre che la compagnia per ogni "pezza d’India", ossia per ogni «negro più bello», avrebbe pagato una percentuale al re di Spagna (33 scudi e un terzo) e un anticipo di 600 mila lire tornesi per i bisogni urgenti dello Stato (la Spagna stava combattendo la guerra di successione).

Con l’andar del tempo si passò da licenze per un esiguo numero di schiavi ad asientos che ne prevedevano la consegna di decine di migliaia in pochi anni (il portoghese Gomes Reynal, ad esempio, comprò nel 1592 un asiento per il trasporto di 38.250 schiavi in nove anni con un ritmo di 4.250 l’anno), senza contare poi il fiorente contrabbando di neri gestito da olandesi, francesi e inglesi rimasti fino ad allora esclusi da qualsiasi partecipazione a tale commercio.


John Hawkins

Per tutto il XVI secolo la tratta rimase monopolio ispano-portoghese. I carichi delle navi negriere portoghesi, denominate tumbeiros (tombe) avvenivano in Guinea per Bahia e nel Congo-Angola per le altre destinazioni del Brasile. Durante questo periodo solo un inglese tentò di infrangere il monopolio iberico della tratta: John Hawkins. Fra il 1562 e il 1568 questi effettuò numerosi viaggi senza aver nessun tipo di licenza; si impossessò di trecento neri nella Sierra Leone sottratti alle navi portoghesi, li vendette fraudolentemente a Hispaniola (l’attuale Repubblica Dominicana) e ritornò in Europa portando pelli, zenzero, zucchero e alcune perle. L’impresa di Hawkins, al di là dell’azione in sé, riveste una grande importanza perché diede inizio al "Grande Circuito" o "Viaggio Triangolare" che da quel momento dominò il commercio occidentale, con cui molte città olandesi, francesi e soprattutto inglesi si ingrandirono e si arricchirono.


Gli Olandesi

Il XVII secolo vide emergere e poi prevalere su quella dei portoghesi l’attività degli olandesi. Commercialmente efficienti, questi ultimi capirono che la chiave per controllare il commercio degli schiavi, sempre più in rapida espansione, consisteva nel copiare il modello portoghese e nel fissare quindi basi di rifornimento sul litorale africano e punti di arrivo su quello americano. Fra il 1624 e il 1630 occuparono in Brasile Bahia e Pernambuco e nei decenni successivi si impossessarono di alcune basi strategiche portoghesi sulla costa africana. Portoghesi e olandesi giunsero quindi ad un compromesso in base al quale si spartirono la tratta. Quando il Portogallo perse la sua posizione di predominio sulla costa dell’Africa occidentale, anche la Spagna perse la sua egemonia al di là dell’Atlantico. Il monopolio spagnolo sulle Indie Occidentali si sgretolò, cosicché le navi inglesi, francesi, olandesi e danesi navigarono senza impedimenti e, approdando su quelle coste, fondarono nuovi stabilimenti.


America Settentrionale

Anche le zone costiere dell’America settentrionale assistettero a una graduale colonizzazione. Verso la metà del XVII secolo i francesi si erano insediati lungo il corso del fiume San Lorenzo e nelle isole della Nuova Scozia; gli inglesi si erano stabiliti invece nella Nuova Inghilterra, nel Maryland e in Virginia. Proprio a causa di questa enorme espansione coloniale europea si presentò più forte l’esigenza dell’esportazione di schiavi dalla Guinea. Fino ad allora le nazioni che si erano date al contrabbando avevano tratto profitto solo dal trasporto di schiavi dall’Africa occidentale ai possedimenti spagnoli e portoghesi, ora si trovavano di fronte alla domanda di schiavi da parte dei propri connazionali insediatisi nel nord America.

Verso il 1640 queste colonie erano diventate così estese e fiorenti da far aumentare fortissimamente la domanda e il commercio di schiavi. Principali motivi di questa richiesta furono le piantagioni di cotone, di tabacco e soprattutto di zucchero. Tali prodotti infatti non potevano essere coltivati senza un’abbondante manodopera agricola e la costa occidentale dell’Africa costituì la miniera inesauribile di questa manodopera. Il commercio triangolare Europa-Africa-America raggiunse il punto massima efficienza e di ingenti profitti parallelamente allo sviluppo delle piantagioni coloniali e raggiunse il suo culmine fra il 1715 e il 1815, quando la tratta fu abolita. "E’ questo il periodo della tratta confessata, esaltata, arricchente, trionfante; il periodo anche in cui le sue regole vengono acquisite e le sue abitudini consacrate" (H. Deschamps, Storia della tratta dei negri, Mondadori, 1974, pag. 90).

Il "Circuito" permetteva una perfetta utilizzazione dei venti e delle correnti e dal punto di vista economico si adattava ai bisogni del tempo presentando l’enorme vantaggio di realizzarsi senza utilizzo di denaro, ma solo per mezzo di scambi e con il raggiungimento di un ottimo profitto in ciascuno di essi.


I mezzi e le modalità’ della tratta

Le navi impiegate nel commercio triangolare non venivano costruite appositamente per questo scopo; esse, nei limiti del possibile, dovevano possedere un’ampia carenatura per trasportare il massimo quantitativo di neri e di viveri e avere nello stesso tempo una sufficiente velocità. Si trattava in generale di imbarcazioni di media grandezza che andava dalle 100 alle 500 tonnellate al massimo; solo dopo il 1784 vennero costruite navi comprese fra le 1000 e le 1500 tonnellate. La lunghezza delle imbarcazioni più diffuse andava dai 20 ai 30 metri, la larghezza da 6 a 8, la profondità da 3 a 4 metri e mezzo. La stiva era profonda 2-3 metri; l’interponte, che ospitava le merci e gli schiavi, aveva una profondità di 1,55-1,75 metri. Necessari, per respingere gli attacchi di eventuali predoni, erano gli armamenti costituiti soprattutto da cannoni.

La durata del viaggio dipendeva dai venti, sfruttati adeguatamente, ma principalmente dalle operazioni di tratta sulla costa africana; sedici mesi di viaggio per compiere l’intero circuito costituiva una buona media.

Le merci imbarcate in Europa e utilizzate per l’acquisto degli schiavi erano costituite da tessuti di cotone o lino a buon mercato, da cauri (conchiglie utilizzate come monete), da barre di ferro, bacili e braccialetti di rame, da chincaglieria (coltelli, boccali, piatti di terracotta), dalla cosiddetta "paccottiglia" composta da frammenti di vetro colorato fabbricati a Venezia o ad Amsterdam, perline, corallo rosso, ambra, specchietti; grande importanza avevano, poi, i fucili e il rhum ricavato dalla melassa importata dall’America. Le zone che maggiormente subirono lo scambio di queste merci con mercanzia umana furono il Senegal, il Gambia, la Sierra Leone, la Costa d’oro, la Costa d’Avorio, il Camerun, il Gabon, l’Angola e il Congo.

I metodi per il rifornimento degli schiavi erano diversi; a seconda infatti delle istruzioni ricevute e della situazione, i capitani delle navi negriere facevano ricorso alla "tratta volante", al deposito o al mercato fisso. E’ da sottolineare comunque che il reclutamento di schiavi non avveniva solo tramite razzie e azioni violente attuate dai bianchi, ma anche attraverso la compravendita con i capi tribù africani, che spesso era pacifica e basata sull’interesse reciproco. I capi africani compresero che la vendita dei loro simili era indispensabile per ogni contatto commerciale con l’Europa e se tale commercio era ben organizzato da parte europea, lo era quasi altrettanto da parte africana. I capi delle tribù più forti vendevano i propri schiavi sottomessi per questioni razziali, economiche e militari e a mano a mano che il commercio si espandeva e si consolidava, gli africani diventarono sempre più abili a trarne profitto. Non era tanto il razzismo a dominare questo tipo di commercio quanto la sete di guadagno, l’avidità che cancellava ogni rispetto dell’essere umano.

La "tratta volante" consisteva nel raccogliere schiavi lungo la costa mentre la nave restava all’ancora di fronte ai villaggi noti per la pratica di questo tipo di tratta. Il deposito era invece la forma più semplice, ma nello stesso tempo la più onerosa per i venditori ed era per questo praticato soltanto da compagnie private o statali. Lungo la costa, difesi da guarnigioni di soldati, venivano costruiti forti o banchi commerciali, nei quali venivano internati gli schiavi in attesa della compravendita tra i negrieri e i trafficanti locali. Per realizzare il tutto erano necessari ingenti spese e lunghi periodi di tempo.

Il metodo del mercato fisso si realizzava invece mediante un contratto di compravendita stipulato con le autorità locali: re o capi tribù. Prima che il prezzo di ogni schiavo venisse fissato — variava infatti a seconda dell’età e del sesso —, i neri dovevano superare la visita effettuata dal chirurgo addetto a ogni nave negriera. Il suo compito era quello di eliminare gli incapaci e i malati e scoprire i tentativi di frode, dal momento che i trafficanti neri, al fine di nascondere l’età degli schiavi, li lavavano, li rasavano, li ungevano con l’olio, tingevano o strappavano loro i peli bianchi. Il chirurgo esaminava in particolare gli occhi, la bocca e gli organi sessuali. Questi poveri "oggetti di scambio" venivano fatti camminare completamente nudi, saltare e tossire ed erano ispezionati nelle parti più intime.

Una volta concluse le discussioni e le contrattazioni, gli schiavi scelti per l’imbarco venivano marcati a fuoco sul petto o su una spalla con una piccola lamina di metallo riscaldata, recante in rilievo le iniziali della compagnia o dei compratori; il marchio era indelebile.


Il viaggio

L’imbarco rappresentava un momento drammatico e pericoloso poiché i prigionieri, che per lo più provenivano dall’interno e non avevano quindi mai visto il mare, né i bianchi, né le navi, strappati brutalmente ai loro villaggi e alle loro famiglie, raggiungevano il massimo grado di disperazione perché convinti di essere stati acquistati per essere mangiati. La sorveglianza doveva essere assidua per evitare subbugli e tentativi di suicidio.

Iniziava allora il cosiddetto "Middle Passage", il lungo viaggio senza ritorno. Le condizioni di vita quotidiane di questi uomini erano atroci soprattutto a causa dell’affollamento. La media era di due schiavi per tonnellata di stazza, ma la proporzione poteva variare fino a giungere a tre o quattro uomini per tonnellata. Gli schiavi erano prima legati a due a due: gamba destra di uno con gamba sinistra dell’altro, braccio destro con braccio sinistro; venivano poi calati nell’interponte dove si sdraiavano nudi. Ogni schiavo aveva a sua disposizione 83 centimetri circa di altezza e 40-45 centimetri di larghezza. Le donne, ammassate sul cassero della nave, non essendo costrette dai ferri, potevano più facilmente cambiare posizione. Per i bisogni fisiologici degli schiavi c’erano delle tinozze disposte a coppie; l’aerazione era assicurata dai boccaporti e talvolta da bocche d’aria; l’interno era a stento illuminato da una o due lanterne. La giornata a bordo della nave era scandita da momenti fissi. Al mattino presto, in caso di bel tempo, gli schiavi venivano fatti salire sul ponte; dopo la verifica delle catene si passava al lavaggio del viso, delle mani e della bocca; i corpi venivano irrorati con l’acqua di mare; due volte alla settimana la pelle veniva spalmata con olio di palma per renderla meno sensibile; ogni 15 giorni le unghie venivano tagliate e la testa rasata. Verso le nove del mattino e alle quattro del pomeriggio veniva distribuito il cibo costituito fondamentalmente da legumi secchi, da riso, da viveri acquistati sulla costa — e cioè mais, manioca, banane, semolino — e raramente da un poco di carne o di pesce secco. Il pomeriggio era occupato da diverse attività alle quali gli schiavi erano obbligati a partecipare per evitare la malinconia: per lo più si intrecciavano corde, cappelli e panieri. Verso le cinque della sera gli schiavi ridiscendevano nell’interponte. Tali condizioni di vita e i mesi del viaggio rendevano questi uomini disperati e pronti a tutto. Il maltempo, le malattie, dovute alle condizioni igieniche e alla malnutrizione, la sete e la severissima disciplina, cui erano sottoposti, accentuavano la rabbia e la voglia di libertà che talvolta si concretizzava in tentativi di suicidio di massa. Numerosi furono i casi di ribellione, sedati tutti con violenza e brutalità; la mortalità per tutti i motivi sopraindicati era altissima e del carico di uomini soltanto un terzo giungeva a destinazione.

Si dovrà attendere la fine del XVIII secolo perché finissero, almeno sulla carta, questi viaggi: ai decreti di abolizione della tratta da parte dell’Austria nel 1782 e della Danimarca nel 1792, seguirono quelli ben più importanti della Gran Bretagna nel 1807 e della Francia nel 1815.

La tratta era stata abolita, ma non erano ancora abolite le condizioni di schiavitù in cui 10 milioni di neri, trasportati nei tre secoli precedenti, erano stati costretti a vivere. Soltanto col presidente Abramo Lincoln saranno liberati.