Armi ed eserciti: la rivoluzione militare nel Settecento PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione Sitoteca-Storia   
Lunedì 17 Agosto 2009 14:53

Fino al 1648 le guerre nell’Europa moderna furono di natura essenzialmente religiosa e combattute con quella violenza animalesca che suole scaturire contro il ‘diverso’ che rifiuta la redenzione sollecitata dal mondo dei ‘normali’. Per ritrovare tanto accanimento bisogna arrivare all’Ottocento, quando il sanfedismo fu sostituito da ideali di libertà e di uguaglianza da realizzare a qualsiasi prezzo per un mondo senza più oppressi né oppressori.


Il periodo di mezzo, che grosso modo va dalla fine della guerra dei Trent’anni alla Rivoluzione francese, è caratterizzato da una serie di guerre che sono davvero la continuazione della diplomazia, come ebbe a dire uno statista del tempo, e sono condotte con molta circospezione da generali la cui unica preoccupazione sembra quella di limitare al massimo le perdite di soldati, costosissimi per l’erario: nella battaglia di Malplaquet (1709) gli alleati avevano perso un uomo su quattro e, scrive P. Pieri nel suo documentatissimo Guerra e politica (Milano, Mondadori, 1975), «le gravi perdite obbligavano a sostituire i vecchi e sperimentati soldati con elementi sempre più scadenti o troppo affrettatamente istruiti; e una condotta di guerra energica diventava sempre più difficile sia nel campo tattico che in quello strategico». Già l’arruolamento si presentava ovunque piuttosto difficoltoso, e se talvolta bastava una sbornia per strappare un’adesione che legava il soldato a una ferma lunghissima, più spesso si trattava di gente senza arte né parte che non avrebbe trovato altro da fare per mangiare, oppure di vagabondi o delinquenti che cercavano un rifugio o di scampare alla giustizia. Anche se poi molti si pentivano amaramente e soltanto punizioni severissime dissuadevano dalla diserzione: «Allora facevamo piani di fuga — racconta un mercenario svizzero, Ulrich Brüker, arruolatosi nell’esercito prussiano —. A volte speravamo che oggi o domani potesse riuscirci; altre volte vedevamo davanti a ogni cosa una montagna invalicabile; soprattutto ci spaventava la previsione delle conseguenze di un tentativo fallito. In particolare quasi tutte le settimane sentivamo nuove e paurose storie di disertori catturati, i quali anche se avevano adoperato grande astuzia, si erano camuffati da marinai o da altri lavoratori o da donne, e nascosti dentro botti o barili, tuttavia venivano scoperti. Allora dovevamo vedere come li si faceva passare sotto le bacchette di duecento uomini, otto volte su e giù per la lunga strada, finché essi cadevano senza fiato; e come il giorno successivo dovevano correre di nuovo, con gli abiti lasciati cadere dalle spalle tagliuzzate, e come di nuovo si colpiva là sopra, finché cenci intrisi di sangue cadevano loro sui pantaloni» (in Documenti storici, II, a cura di R. Romeo e G. Talamo, Torino, Loescher, 1972). Eppure nonostante pene tanto severe, e che potevano anche arrivare all’impiccagione, le diserzioni erano molto frequenti e nelle marce notturne o nell’attraversamento di boschi ecc. una discreta percentuale di diserzioni era scontata in partenza e di regola i vuoti venivano colmati con nuove arruolati attirati dalla prospettiva di saccheggi e di facili arricchimenti.


Vi erano poi le esercitazioni, che consistevano in manovre interminabili dovute alla nuova tattica militare. Infatti fino a quando i soldati furono armati di picche lunghe fino a 5 metri e mezzo, i reparti procedevano sul campo di battaglia a ranghi serrati onde costituire una selva di punte contro cui infrangersi l’impeto della cavalleria; possibilità di rapide manovre, anche se vi fossero state richieste dall’andamento delle operazioni, non ve ne sarebbero state. Nel Settecento invece i picchieri furono quasi ovunque sostituiti dai fucilieri che avanzavano su tre file perfettamente allineate, con la baionetta inastata al fucile, creando un cadenzato sbarramento di fuoco reso possibile dal perfezionamento dell’acciarino a ruota, che andava a sostituire l’accensione a miccia, sempre precario, lento e soprattutto subordinato alle condizioni climatiche. «Ma poiché le lunghe file dei fucilieri possano avanzare sul campo di battaglia mantenendo l’allineamento e la profondità dei ranghi, necessari all’efficienza del fuoco, occorre che esse marcino molto lentamente e si fermino spesso per controllare il proprio schieramento. Prima almeno che Federico II abbia portato le proprie innovazioni tecniche ed i generali abbiano appreso a risolvere il combattimento con l’urto di una colonna lanciata alla baionetta a passo di corsa, la fanteria settecentesca si muove con tale lentezza da rendere quasi sempre possibile all’avversario di evitare l’annientamento con una ritirata tempestiva». Le innovazioni di Federico II cui accenna sopra Giorgio Spini (Storia dell’Età moderna, III, Torino, Einaudi, 1971) sono quelle che vanno sotto il nome di «ordine obliquo» per cui, alla linea che avanza facendo scariche di plotone per poi attaccare alla baionetta, viene preferito l’attacco da parte di un’ala dell’esercito, debitamente rafforzata, in modo da avere maggiori possibilità di sfondare sull’ala dello schieramento avversario e facilitarne l’accerchiamento.

«La magnifica istruzione data al suo piccolo esercito, la situazione finanziaria, relativamente debole, e la popolazione scarsa imposero che la sorte della guerra non fosse più affidata alla tattica antica, che consisteva nell’evitare un’azione decisiva, ma che fosse, invece, decisa in grandi battaglie, nel minor tempo possibile»: infatti con Federico di Prussia si entra in una nuova visione della guerra, considerata non più una gigantesca e interminabile partita a scacchi giocata tra generali che tra finti attacchi e ritirate strategiche cercano soprattutto di non perdere uomini, ma si cerca la distruzione del nemico inquadrata nel concetto di “guerra totale” che da Napoleone in poi cominciò ad essere una costante della storia militare moderna.

Ultimo aggiornamento Martedì 18 Agosto 2009 08:36