L'India nell'antichità PDF Stampa E-mail
Domenica 26 Luglio 2009 15:16

Erika Panaccione
L’India nell’antichità

La civiltà dell’Indo La nostra storia ha inizio circa cinquemila anni fa, lungo l'ampia valle che si stende intorno al bacino del fiume Indo. Alimentato dai ghiacciai del Tibet meridionale, l'Indo scorre per migliaia di chilometri verso nord-est, diramandosi poi in tante grandi braccia che si riuniscono più a sud per gettarsi nel Mare Arabico. Il fango alluvionale che queste acque da secoli portano con sé nel loro lungo tragitto, hanno donato a queste terre un prezioso fertilizzante naturale, permettendo all'uomo di trarre da una terra altrimenti arida, i frutti di un clima caldo e semitropicale.Quando, alla fine del secolo scorso, furono scoperte le rovine insabbiate di quella che attualmente viene chiamata la civiltà dell'Indo, ci si rese conto di essere di fronte ad una delle civiltà più evolute e raffinate del mondo antico. I due principali centri urbani erano Harappa e Mohenjo-daro, ricche di fastosi palazzi, granai, strade ad angolo retto, un sistema fognario di eccezionale fattura, sale da bagno, gioielli e i resti di un'intensa ed evoluta attività agricola, artigianale e commerciale. Così improvvisamente com'era comparsa - intorno al 2500 a,C. -, la civiltà di dell'Indo svanì un migliaio di anni più tardi, quasi senza segni di un precedente declino. E' possibile pensare ad un cataclisma: probabilmente intorno al 1700 a.C. una serie di inondazioni, determinate dai movimenti tettonici,  misero fine ai giorni di questa civiltà un tempo così gloriosa. I mucchi di gioielli e oggetti preziosi trovati negli strati più alti di Mohenjo-daro si possono spiegare con l'incombere di un disastro e il conseguente panico che deve aver afferrato la popolazione quando le acque cominciarono a salire. Ancor più rivelatori sono i numerosi scheletri ritrovati di gente in fuga e intrappolata tra le macerie.

 

Gli Arii

Una seconda ipotesi alla improvvisa fine di questa prosperosa civiltà parla di una serie di invasioni ad opera di tribù di pastori e guerrieri barbari con occhi azzurri, dalla carnagione chiara e dalla statura alta e robusta. Vengono chiamati Arii e pare provenissero dalle steppe della Russia meridionale, spinti ad emigrare forse da un disastro naturale, o da un'epidemia o ancora da un'ulteriore invasione di popolazioni mongole provenienti dall'Asia centrale. Una parte di questi pastori nomadi si diresse verso l'Europa - e i Greci ne sarebbero stati i discendenti -, altre tribù arie invece discesero verso l'Anatolia (oggi Turchia) e più a oriente verso la Persia (in Iran, dove più tardi sorse la civiltà persiana), e poi fino all'India. Gli Arii vivevano con le loro greggi migranti in villaggi tribali; le loro case non avevano quindi nulla dello splendore e della robustezza dei palazzi di mattoni dei popoli di Harappa e Mohenjo-daro; non costruirono né bagni raffinati, né sistemi di fognature; non scolpirono statue imponenti né erano in grado di usare la scrittura. Avevano però domato il cavallo, imparato a lavorare i metalli ed erano temprati dai massacranti viaggi sui carri, dalle vesciche prodotte dal sole cocente e dal lungo cammino sulle montagne innevate e battute dalle tormente. La "conquista" aria dell'India si risolse in un complesso processo di sottomissione ma anche di assimilazione e fusione delle istituzioni, delle tradizioni culturali, linguistiche, religiose e sociali delle due civiltà. Lentamente, l'arrivo degli invasori e l'incontro con l'evoluta civiltà dell'Indo produsse tutta una serie di nuovi elementi socio-culturali, come per esempio l'elaborazione della lingua sanscrita scritta - gli Arii non possedevano ancora una forma di scrittura - e di tutta una letteratura prevalentemente religiosa - i Veda o Libri della Conoscenza - che pose le basi della prima forma di Induismo (il Brahmanesimo). Da questo incontro nacquero anche le prime forme di quella che viene chiamata la struttura sociale a caste, che fino al nostro secolo ha dominato tutta la società e la vita degli Indiani. Le tribù nomadi degli Arii dalla pelle chiara, colonizzarono il vasto territorio che si stende lungo la valle del fiume Indo; qui si stanziarono, conquistarono, distrussero e ridussero la popolazione che da secoli vi abitava in schiavitù. Gli abitanti indigeni, le "genti dalla pelle scura" - in sanscrito dāsa - andarono a costituire quella prima casta di schiavi lavoratori che stava all'ultimo gradino della gerarchia (il termine dāsa significherà in seguito "schiavo").

Col passare dei secoli la colonizzazione vera e propria ebbe termine; le varie popolazioni si organizzarono in città e regni, gli antichi villaggi arii costruiti con tronchi e bambù cedettero il posto a potenti città fortificate da imponenti mura; la struttura a caste divenne sempre più stratificata e complessa; l'Induismo si sviluppò nelle sue varie e spesso diversificate correnti, per poi incontrare, nella sua stessa evoluzione interna, quella grande riforma religiosa che nel VI secolo a. C. nacque grazie alla predicazione di Siddhārtha Gautama, detto anche il Buddha, ovvero "l'illuminato".

Durante il periodo pre-buddhista, l'India era composta da una miriade di piccoli reami sempre in guerra fra loro. I conflitti, simili a quelli che afflissero l'Europa durante il Medioevo, vedevano impegnate armate di soldati professionisti e solitamente non coinvolgevano la popolazione civile. Essi terminavano con l'annessione di una parte del territorio  del paese vicino e l'instaurazione di una sovranità che raramente era durevole, così che presto o tardi avrebbe portato i guerrieri ad imbracciare nuovamente le armi.

 

I Persiani in India

Nel frattempo, a partire dal VI a.C. i Persiani cominciarono la loro veloce espansione sia verso occidente, alla conquista delle colonie greche, sia verso oriente, in direzione dell'India. Per due secoli l'Impero persiano abbracciò tutta la regione che va dall'Egitto e dai confini orientali della Grecia fino alle steppe dell'Asia centrale, passando per l'Anatolia e l'altopiano iranico. Intorno al 518 a.C. Dario I invase l'India nordoccidentale, conquistando la valle dell'Indo e la regione più a nord del Punjab. Queste zone andarono a formare la ventesima satrapia dell'Impero persiano, che corrisponde grossomodo all'attuale Pakistan. La conquista persiana, fra le altre cose, rese possibili i primi rapporti tra i Greci e l'India, tanto che Erodoto incluse anche l'India nelle sue Storie all'inizio del V secolo. Per circa un millennio i Greci giunsero in India come esploratori pagati dai persiani, come soldati dell'esercito di Alessandro Magno - che nel 326 a.C. farà il suo ingresso a Taxila -; arrivarono in veste di filosofi itineranti, di artisti, navigatori commercianti, ambasciatori, principi e così via. Nacquero allora le prime leggende europee sulle meraviglie dell'India, un paese dove le formiche giganti cercavano l'oro che ricopriva i deserti, o dove c'erano uomini senza bocca e altri che usavano le orecchie come parasole. Nel IV secolo, il controllo persiano su queste regioni venne meno, lasciando così il posto ad un mosaico di piccoli stati, dove la cultura dei dominatori ancora una volta lasciò la sua impronta.

 

Alessandro Magno sull’Indo

Fu nella primavera dell'anno 334 a.C. che Alessandro il Macedone attraversò il Mare Egeo, con la speranza di fondare il più grande impero del mondo. Egli non voleva che fosse soltanto un impero militare, ma anche, almeno in parte, culturale: portò con sé tre celebri filosofi dei suoi tempi (Anassarco, il suo discepolo Pirrone e Callistene, nipote di Aristotele). Di questi soltanto Pirrone ritornò in patria sano e salvo e fondò la scuola degli scettici, i cui insegnamenti si ispiravano alle dottrine dei saggi jaina, che praticavano la nudità e di cui egli aveva seguito gli insegnamenti a Taxila. Alessandro e il suo piccolo esercito - piccolo se paragonato alle immense armate della Persia e dell'India a quell'epoca - superarono i mille ostacoli che una marcia del genere doveva implicare: oltre ai territori da conquistare man mano che venivano attraversati, anche le asperità della terra, dai deserti, al sole cocente, alle montagne alte migliaia di metri, alla fame e alla fatica. Sconfisse il re persiano Dario III e a poco a poco conquistò le capitali del suo impero. Si diresse poi verso la valle dell'Indo, dove gli ultimi governatori della satrapia persiana avevano ormai perso gran parte del loro potere. Alessandro seppe sfruttare abilmente le rivalità tra i vari regni che si erano ricostituiti dopo il declino della dominazione persiana; così, quando nella primavera del 326 giunse nella fiorente città di Taxila, fu accolto come un eroe: il sovrano gli venne incontro e gli fece dono di 56 elefanti, montoni, tori e corone d'oro per tutto il suo esercito. Qui Alessandro rimase affascinato dalla resistenza degli yogi e dalla strana vita degli asceti jaina, che non portavano alcun indumento e non attribuivano alcun valore ai beni di questo mondo. Così cercò di convincere uno di questi filosofi jaina a tornare in Grecia con lui, ma pare che costui gli rispose che "egli era figlio di Zeus quanto Alessandro stesso, e che non si aspettava niente da Alessandro giacché ciò che aveva gli era sufficiente. Egli non vedeva per quale ragione i soldati del conquistatore lo seguissero così lontano, mentre le loro tribolazioni sembravano senza fine. Egli non desiderava nulla che Alessandro gli potesse donare e non voleva che si cercasse di costringerlo. Per tutto il tempo che egli fosse vissuto, l'India gli avrebbe offerto tutto ciò di cui aveva bisogno e i frutti propri di ogni stagione. Quando sarebbe morto, si sarebbe liberato di un compagno poco interessante, il proprio corpo"(Arriano, Anabasis of Alexander, in The Classical Accounts of India, di R. C. Majumdar, Calcutta 1960).

Alessandro proseguì la sua marcia verso est, ma quando giunse sulle rive del fiume Beas (che più a sud affluisce nell'Indo) le sue stesse truppe superstiti si rifiutarono di proseguire oltre quella marcia di conquista che durava ormai da anni e che li aveva spossati e falciati a migliaia. Davanti a loro si apriva il grande deserto Thar e al di là di esso luoghi ed eserciti sconosciuti. L'esercito macedone tornò così sui propri passi, verso quella patria che Alessandro non avrebbe però più rivisto: morì in Persia nel 323 a.C.

 

La dinastia dei Maurya

Immediatamente dopo la ritirata di Alessandro, iniziò l'ascesa de primo grande impero indiano. Candragupta, forse figlio di un semplice mandriano, fondò una nuova dinastia, quella dei Maurya, che avrebbe governato sulla maggior parte dell'India per quasi un secolo e mezzo. Due anni dopo che Alessandro aveva lasciato la valle dell'Indo, Candragupta si impadronì del trono del Magahda - un potente regno che si stendeva lungo il bacino del sacro fiume Gange - e diede inizio ad una grande campagna di conquista che lo portò ad espandere il dominio dei Maurya, oltre che sui principati greci conquistati da Alessandro (nelle regioni occidentali), anche sui numerosi regni indù che occupavano le zone settentrionali centrali e orientali dell'India. Dopo aver consolidato il suo potere Candragupta si dedicò all'unificazione politica e amministrativa di un territorio immenso che accoglieva una serie innumerevole di popoli, razze, lingue culture, religioni e tradizioni diverse. L'impero Maurya venne suddiviso in distretti, amministrati dai parenti e dai generali più fidati dell'imperatore, grazie ad una macchina burocratica organizzatissima e fortemente centralizzata, che di fatto riuniva tutti i poteri nelle mani del sovrano. Questi, secondo il modello delle monarchie persiane, era considerato come un essere semidivino, che viveva isolato nel palazzo reale, nella splendida e fastosa capitale del regno: Pātaliputra (oggi Patnā). Secondo la tradizione jaina, Candragupta rinunciò al mondo negli ultimi anni della sua vita, abdicò e si ritirò nell'India meridionale diventando un monaco jaina; qui digiunò fino alla morte mentre a Pātaliputra suo figlio assumeva il potere imperiale.

 

Aśoka

La figura più importante di questo periodo è però il nipote di Candragupta, Aśoka, il più potente e forse il più illuminato imperatore indiano, anche se la sua figura ci appare piena di contraddizioni. Da un lato infatti, nei primi anni del suo regno, egli si comportò nello stesso modo della maggior parte degli antichi monarchi: consolidò ed estese il proprio potere nella maniera più rapida e spietata possibile, lasciando dietro di sé massacri e violenze a non finire. Dall'altra parte, le fonti rimaste ce lo mostrano come il primo sovrano di un grande regno che predicò il ricorso alla bontà e alla gentilezza piuttosto che alla forza. Aśoka fece scolpire i suoi editti su grandi rupi e colonne di arenaria, erette, secondo lo stile persiano, lungo tutti i confini del suo enorme impero. Questi, ispirandosi all'insegnamento del Buddha morto da circa due secoli, prescrivevano a tutti i cittadini la legge della non-violenza, della tolleranza e della compassione verso tutte le creature viventi, quindi il fondamentale corollario della bontà anche nei confronti degli animali e dell'osservanza di una dieta vegetariana. Veniva raccomandata la regola aurea di fare agli altri ciò che si vorrebbe fosse fatto a noi, mentre ai doveri morali dei sudditi facevano riscontro quelli del sovrano, rappresentato come il servo del popolo, al lavoro giorno e notte per il suo benessere. E' probabile che egli credesse in quelle idee, certamente però non mancarono punizioni e leggi severissime, condite da un paternalismo che non poteva esimersi completamente dall'uso della forza, per governare un impero di quelle dimensioni. Alla morte di Aśoka, avvenuta nel 232 a.C., il dominio maurya, che aveva realizzato la prima grande unificazione indiana, perse sempre più vigore, precipitando in un declino economico e spirituale a cui seguì la progressiva frammentazione territoriale.

 

Frammentazione politica

Per cinque secoli, dal crollo dell'Impero Maruya fino all'inizio del III secolo d.C., l'India visse un periodo di grande frammentazione politica. In un primo tempo tornò alla ribalta una dinastia di origine greca, rimasta come regnante nella regione della Bactriana, dopo la ritirata di Alessandro; essi ampliarono a poco a poco il loro regno e governarono su molte regioni dell'India nordoccidentale per ben un secolo e mezzo. Questa presenza prolungata permise senza dubbio un intenso processo di scambi culturali e reciproci arricchimenti - in campo filosofico, religioso, artistico e letterario -, ma soprattutto permise il proliferare di un'intensa attività commerciale. Durante questo lungo periodo infatti molte regioni dell'India godettero dei lucrosi benefici derivanti dai sempre più vasti commerci oltremare, sia col Mediterraneo e le vaste colonie dell'Impero romano, sia verso oriente, soprattutto con la Cina.

All'alba dell'era cristiana la potenza indo-greca gradualmente decadde e fecero il loro ingresso sulla scena della storia non più eserciti in marcia, ma interi popoli alla ricerca di nuove sedi. In quel periodo tutta l'Asia centrale entrò in fermento: in seguito all'unificazione avvenuta sotto la dinastia imperiale Han, la Cina aveva ampliato i propri confini, obbligando i "barbari" che si trovavano in prossimità della sue muraglie ad emigrare verso occidente; fu così che  fiumi di popoli si riversarono sulle regioni centrali dell'Asia, penetrarono in India e più tardi si spinsero fino a Roma e nell'Europa occidentale. I Parti, chiamati originariamente Pahlava, provenienti dalle regioni del Mar Caspio, furono soltanto i primi di una serie di nomadi che si riversò nel subcontinente indiano durante questo mezzo millennio di frammentazione politica. Poi fu la volta degli Sciti o Saka che, premuti a loro volta da altre tribù, scesero da nord verso il 130 a.C. e penetrarono sempre più profondamente nelle regioni indiane del nord-ovest fino a raggiungere il Deccan occidentale. Poi ci furono i Kushana che, cacciati dalla Cina due secoli prima, errarono per lungo tempo nelle steppe dell'Asia centrale, fino a che non giunsero anche in India; qui governarono le regioni nordoccidentali per un secolo e mezzo, dando vita ad un fiorente regno. Il più grande fra i loro re fu Kanishka; egli si convertì al Buddhismo e fece costruire grandi statue del Buddha in pietra e in bronzo. Alla corte del sovrano arrivarono artisti, poeti e musici, monaci e mercanti da ogni parte dell'Asia.

 

L’India meridionale

Nel frattempo, l'India meridionale era rimasta a lungo immune alle invasioni di  popoli che via via avevano invaso il nord. Qui prosperavano antichi regni tamil (ovvero popolazioni di ceppo dravidico) che non mancavano, di tanto in tanto di guerreggiare l'uno contro l'altro. La quantità di monete romane trovate nei porti dell'India meridionale ci testimonia di una intensa attività commerciale: avorio, onice, manufatti di cotone, seta, gemme, pepe e spezie di ogni genere venivano trasportate via mare dai porti indiani e raggiungevano l'Impero romano e le sue colonie; i ritrovamenti fanno supporre che il bilancio dei commerci fosse tutto a favore dell'India. Le grandi linee commerciali via terra erano continuamente percorse dalle carovane di cammelli, buoi e asini e nei loro crocevia cominciarono a sorgere, sempre più numerose, nuove città affollate dai mercanti e presto anche da banchieri e finanzieri indiani. La prosperità e gli accresciuti contatti con l'oriente e l'occidente diffusero anche i semi della cultura: vi fu un fiorire intenso delle arti, della religioni e delle scienze.

I Gupta
Col passare del tempo, anche l'impero Kushana - il cui centro era comunque nell'Afghanistan e nel Pakistan  - cadde, intorno al II secolo d.C. Da questo momento fino alla nascita della dinastia Gupta, all'inizio del IV secolo d.C., la storia dell'India ci è per lo più sconosciuta. Non sappiamo esattamente come sorse questa dinastia che segnò il periodo d'oro del paese, un'epoca di raffinata e delicata cultura, durante la quale vennero riunificate sotto un unico scettro e un'unica amministrazione gran parte delle regioni settentrionali e centrali. Vi fu un'intensissima espansione culturale soprattutto al di fuori dei confini orientali indiani: l'Indocina e l'Indonesia vennero completamente induizzate e la sua influenza spirituale si estese fino alla Cina e al Giappone.
I Gupta, come i Maurya, fissarono la base del loro potere imperiale nella regione del Magadha, nella verde pianura gangetica; di qui andarono via via ampliando i confini del loro impero spingendosi, ad occidente, fino al Panjab e ad oriente fino al Bengala; verso nord conquistarono i territori montagnosi del Kaśmir e, scendendo a sud, si espansero sino al Deccan. Si venne così formando una sorta di grande federazione di regni attorno a quello centrale del Magadha, dove ciascuno stato conservava una quasi totale indipendenza interna, pur essendo tutti raggruppati in una sola unità politica e dovendo pagare dei tributi di vassallaggio. I resoconti che ci sono rimasti parlano di un regno - quello Gupta - pacifico, dove la gente comune di tutta l'India settentrionale poteva godere, grazie ad un potere illuminato, di una notevole libertà personale e della tolleranza di un sovrano interessato ai problemi sociali ed economici delle classi meno abbienti e che sapeva governare senza decapitazioni e pene corporali.
Verso la metà del V secolo d.C., un nuovo flagello bussò alle porte dell'India nordoccidentale: gli Hūna (Unni), tribù di nomadi provenienti ancora una volta dall'Asia centrale, si riversarono verso sud, premendo lungo i confini indiani. Per un certo tempo l'Impero Gupta riuscì a respingere i loro continui attacchi predatori e questo ebbe enormi conseguenze sulle sorti dell'Impero romano e delle sue province d'Oriente. Non riuscendo infatti a penetrare in India, essi proseguirono la loro marcia verso occidente e ben presto sferrarono i loro feroci attacchi là dove i confini dell'Impero romano si rivelarono più deboli.
Ben presto tuttavia, l'Impero Gupta entrò in una fase di declino, sempre più indebolito dalla fuga di denaro e dagli ininterrotti scontri per la difesa dei confini. Gli Hūna, superati i valichi dei monti Hindukush - al confine tra Afghanistan e Pakistan - ebbero così facile accesso alle verdi pianure della valle dell'Indo. Distrutta la resistenza Gupta, a metà del Vi secolo d.C., lo splendore imperiale della dinastia volse al tramonto e il vasto territorio che si raccoglieva sotto il suo scettro tornò a disgregarsi in una miriade di regni e staterelli indipendenti o sottomessi alla dominazione degli invasori "barbari".
L'età classica volgeva ormai al termine; l'India e la sua civiltà sarebbero state di lì a poco sfidate da una nuova forza proveniente da ovest, da una serie di travolgenti invasioni che avrebbero portato con sé un altro sistema religioso e culturale, per molti versi del tutto antitetico alle concezioni fondamentali dell'Induismo e al suo più intimo tessuto connettivo.