Gli Arabi e l'Islamismo: l'età degli Omayyadi e la divisione tra Sunniti e Sciiti PDF Stampa E-mail
Scritto da Erika Panaccione   
Mercoledì 21 Ottobre 2009 16:33
L'Islam dopo Maometto Quando morì, il nome di Muhàmmad ibn Abd Allah era del tutto sconosciuto nell'Impero bizantino, in quello persiano e in tutta l'Europa. Nessuno avrebbe immaginato che i discepoli del Profeta stavano per costruire, con le armi e col Corano, l'impero più potente del Medioevo, un impero che avrebbe cambiato radicalmente i destini della storia. Prima dell'avvento dell'Islam lo scenario politico mediorientale era dominato dai due colossi imperiali che si affacciavano l'uno, quello bizantino, ad Occidente e l'altro, quello persiano, ad Oriente (cartina 9a). La conquista territoriale si era, fin dai tempi in cui era vivo Maometto, da subito configurata come uno dei caratteri principali di una fede, l'Islam, in cui religione e politica parevano inscindibili, come i due volti di una stessa medaglia. Buona parte della penisola arabica era già stata conquistata all'Islam ai tempi del suo Profeta guerriero; alla sua morte, i vari califfi che lo succedettero proseguirono con velocità sbalorditiva l'ampliamento dei confini di quello che sarebbe diventato presto un vero e proprio impero. Quando i confini tra territori arabi, bizantini e persiani cominciarono ad avvici- narsi fino a toccarsi, i conflitti non poterono che esplodere: da iniziali schermaglie, diventarono spedizioni militari vere e proprie contro i due imperi. Nel giro di un decennio gli Arabi conquistarono le immense province bizantine della Siria e dell'Egitto, fermandosi soltanto di fronte alle difficili frontiere delle due province più ricche: l'Anatolia e il territorio balcanico; l'impero sassanide invece fu completamente distrutto e cadde nelle mani dei Musulmani. Qui gli Arabi si trovarono alle prese con numerosi principati, piccoli e deboli, ma inaccessibili, poiché protetti dalle montagne e dal deserto. Il problema della conquista definitiva della Persia quindi non era costituito dalla resistenza di uno stato forte, bensì dal gran numero di zone remote e difficilissime da raggiungere, che si dovevano invadere, occupare e assorbire. Ci vollero vari decenni per soggiogare tutti questi principati semi indipendenti, un tempo parte dell'impero persiano. Le prime conquiste Questa prima grande ondata di conquiste fu compiuta grosso modo durante il regno dei primi quattro califfi, Abu Bakr, ‘Omar, ‘Othman e ‘Ali, passati alla storia come i rashidun, i 'ben guidati', poiché erano stati parenti stretti e compagni del Profeta. Verso al seconda metà del VII secolo, salì al potere la dinastia degli Omayyadi, durante la quale le conquiste proseguirono sempre più lontane: ad Occidente vennero lentamente annessi i territori del Nord Africa che si affacciano sul Mediterraneo - fin dall'altra parte del continente, lungo la costa atlantica -; da qui fu poi la volta della Spagna, invasa e assorbita dagli Arabi durante la prima metà dell'VIII secolo; infine, ad Oriente gli Arabi combatterono i popoli del Caucaso, conquistarono la Transoxiana e arrivarono fino alle acque dell'Indo. Nei territori man mano occupati, spesso la conquista non apparve come qualcosa di radicalmente nuovo: le dinastie che vi avevano regnato nel passato - per lo più dinastie imperiali - erano cadute o decadute nei secoli, senza che si fosse verificato nessuno sconvolgimento delle istituzioni che regolavano la vita quotidiana. Gli eserciti di occupazione che si insediavano nelle province da poco conquistate non pensarono forse mai di pretendere dagli abitanti una conversione di massa all'Islam. Ciò che si chiese fu invece la sottomissione e il pagamento di tributi, in cambio della protezione militare - cosa anche questa non nuova a tutte queste popolazioni: per loro cambiava soltanto il beneficiario e per i Musulmani la riscossione delle tasse equivaleva al riconoscimento della loro sovranità. Venne lasciata una discreta libertà di culto; gli apparati amministrativi e le autorità locali quasi sempre rimasero al proprio posto o entrarono a far parte della nuova burocrazia imperiale. ‘Othman e ‘Ali Ancora prima dell'avvento al potere della dinastia omayyade, in seno alla già grande comunità musulmana, scoppiarono le prime lotte per il potere, accompagnate, come spesso accade in questi casi, da guerre civili vere e proprie e da spaccature ideologiche che spesso si dimostrano insanabili. I germi della rivolta, in realtà, a chi aveva avuto buon occhio per vedere, si erano già mostrati al tempo della morte del Profeta. In quel momento però l'Islam era ancora troppo debole per potersi permettere spaccature al proprio interno, così si giunse ad un saggio accordo con l'elezione di Abu Bakr a successore. Il focolaio scoppiò al momento della scelta del quarto califfo. ‘Othman, il regnante precedente, aveva favorito gli interessi dei gruppi della Mecca e delle aristocrazie tribali che detenevano un grande potere prima dell'avvento dell'Islam, tutto questo a scapito di altri gruppi sociali, in particolare di quelli che erano stati i primi convertiti dal Profeta e dei Medinesi. Questa politica provocò un'accanita opposizione che degenerò in congiure e infine nell'assassinio dello stesso ‘Othman. Nel clima infuocato dall'accaduto, gli stessi congiurati fecero eleggere califfo ‘Ali, cugino e genero di Maometto. Questi, in quanto parente e fedele compagno del Profeta, si riteneva da tempo legittimato a succedergli; per anni aveva rivendicato il califfato in nome della sua devozione a Maometto e all'Islam, ma, sebbene la sua politica fu equa e lontana dai favoritismi, la sua posizione era ormai compromessa, poiché era pervenuto al potere con il sostegno degli assassini di ‘Othman. Quella che era iniziata come una lotta fra gruppi arabi con interessi contrastanti, sfociò in una guerra civile che si protrasse per tutto il regno di ‘Ali e costituì uno degli eventi più funesti della storia dell'Islam. Fu l'inizio, infatti, di una divisione religiosa e politica permanente per la comunità musulmana. Da un lato c'erano i sostenitori di ‘Ali, dall'altro i suoi oppositori, tra cui Mu‘awiya, cugino di ‘Othman e governatore della provincia della Siria, che sarebbe presto diventato il quinto califfo. Sunniti e Sciiti Gli eserciti si scontrarono per mesi sui campi di battaglia, tra lo stridore delle spade e inconcludenti tentativi di negoziato, senza pervenire ad alcuna soluzione. Gli oppositori di ‘Ali volevano eleggere un nuovo califfo. Questi respinse il verdetto, ma invano, poiché la sua coalizione aveva perso compattezza: alcuni gli si erano rivoltati contro (i kharigiti, i 'secessionisti'), accusandolo di essere troppo debole e quindi di avere tradito la causa, altri semplicemente si dissociarono e ‘Ali rimase solo. Venne ucciso poco più tardi da un kharigita; Mu‘awiya potè proclamarsi califfo e fu accettato dai gruppi d'interesse dominanti. La guerra civile lasciò il califfato nelle mani della dinastia degli Omayyadi, che avrebbero governato fino al 750; ma soprattutto, essa lasciò i suoi strascichi per sempre, dando vita a quella divisione profonda che ancora oggi conosciamo, quella tra Sunniti e Sciiti. I primi furono coloro che accettarono la successione di Mu‘awiya e dei califfi che vennero dopo di lui; i secondi furono coloro che sostenevano che Maometto era l'unico capo legittimo e che quindi soltanto i suoi discendenti potevano succedergli; essi rifiutavano il principio elettivo, a tutto vantaggio del diritto ereditario. Per gli Sciiti il califfo era rivestito di una funzione prima di tutto religiosa, e solo in secondo piano anche politica - così come era stato per il Profeta. Il suo insegnamento doveva necessariamente essere vincolante, poiché le sue prerogative erano quelle dell'infallibilità, l'impeccabilità e la conoscenza di ciò che è occulto agli altri. La Scìa - ovvero il movimento sciita - pose una maggiore enfasi sulle interpretazioni e i significati reconditi, o esoterici, del Corano, così come sulla vita e la personalità del Profeta. I Sunniti, invece, tendevano a dare una minore importanza al ruolo religioso rivestito dal califfo ed erano quindi più tolleranti verso un suo coinvolgimento politico non direttamente funzionale alle motivazioni religiose. Il califfo infatti non era per loro che un sovrano temporale, incaricato sì di proteggere e far applicare la fede, ma senza alcun ministero spirituale. Queste divergenze originarie non fecero, col tempo, che crescere, alimentando nuovi conflitti e nuove guerre civili, nuovo sangue versato e nuove faide. I diversi gruppi - tra cui anche i kharigiti - elaborarono poi differenti visioni dell'Islam e costituirono dei veri e propri corpi religiosi separati, in seno alla vasta comunità musulmana.